E per una volta facciamoci pure i complimenti!

Allineati sulle tavole del palcoscenico o stipati nei palchetti del primo ordine, stamattina studenti artisti giornalisti insegnanti o semplici fruitori della cultura si svegliano insieme, e forse all’inizio non credono ai loro occhi, ai loro sensi. Come tre giorni fa, quando è stato il terremoto a svegliarci, ci vuole qualche attimo prima di rendersi conto di che si tratta e capire che è vero: così anche oggi, con l’unica differenza che questa è una scossa che ancora non finisce…

Uno si stropiccia gli occhi e realizza che ancora non è svanito lo stupore di ieri o ieri l’altro quando, per la prima volta, ha messo piede dentro la scatola magica, musicale, gremita, scoppiettante, urlante e colorata in cui questo teatro si è mutato, come per incantesimo. Sono bastate le persone, con le loro volontà, il loro progetto e le loro braccia, con la loro arte e con il loro testardo cocciutissimo rifiuto di gettare la spugna, a compiere la metamorfosi. Ci è voluta tanta fiducia per creare questa magia, e il teatro Garibaldi si è prestato come lo scenario più adatto a contenerla, perché è un teatro capace di una atmosfera unica, di un fascino che senza dubbio prima di questo restauro da quattromilioni e mezzo di euro si conservava ancora più autentico…

«Quattromilioni e mezzo di euro!!!???» – una insegnante di scuola materna che ha preso la parola ieri in assemblea non riusciva a crederci: «…e per fare che, poi? La messa a nuovo di quei palchetti? Facevano meglio e facevano prima a chiamare me con la mia scolaresca, li avremmo rivestiti col découpage come sanno fare loro, che si sarebbero divertiti e lo avrebbero fatto gratis!». E magari sarebbe anche riuscito più gradevole all’occhio, aggiungo io, perché è vero quanto ha detto qualcuno che sto restauro fa un po’ caramella Sperlari, e fa assumere allo spazio un che di finto e artefatto che stona, che è in palese disaccordo col carattere del luogo, per chi si ricorda com’era prima. Quante verità sono contenute in quella battuta della signora maestra! È un paradosso che racconta tutto il grigiore dello spreco e tutto il non amore della nostre istituzioni nei confronti dell’arte, che abusano di un tempio della cultura come questo per succhiare denaro dalle casse pubbliche e poi lo rigettano nel silenzio e nell’abbandono in attesa del prossimo appalto milionario (unica messinscena, se capita, una finta inaugurazione, come quella di due anni fa, le cui brochure, a mazzi, venerdì mattina si trovavano ancora accatastate negli angoli del foyer).

Tutto ciò che abbiamo vissuto in questi tre giorni me lo figuro ben riassunto dentro quel fantomatico découpage di cui parla la signora maestra, come in una grande miniatura. Ci sono le mani dei bambini che disegnano. C’è la piccola Noemi del quartiere Kalsa che durante le assemblee ascolta i discorsi dei grandi a bocca aperta, e qualche volta chiede il microfono per emozionarci cantando. Ci sono giocolieri, pittori, tecnici, attori, fonici, musicisti, circensi, acrobati, filmakers che si esibiscono numerosissimi, o che rimuovono (metaforicamente e non) la polvere dai camerini, dalla platea, dalle assi del palco, che legano corde sul graticcio per appendere tessuti, che calano fogli di lamiere che verranno percosse, suonate. C’è gente che chiede perché vuole sapere, e vuole far sapere che c’è, che appoggia l’iniziativa, ci sono più di mille firme raccolte all’ingresso in soli due giorni, ci sono gli scettici (pochi) e ci sono gli scettici che si ricredono, c’è un pagina facebook che tiene informati in tempo reale tutti quelli che qui non sono ma vorrebbero essere, una pagina i cui contatti crescono a un ritmo vertiginoso. Ci sono performer che si incontrano qui per mescolare le loro arti, per discutere insieme il futuro, e c’è la folla che segue entusiasta esibizioni e discorsi da tre giorni e che la sera si accalca ai cancelli dove deve aspettare un turno (e lo fa volentieri, anche sotto la pioggia) pur di partecipare alla “festa”. C’è un teatro che scoppia di gente, ci sono i lavoratori ma ci sono anche e soprattutto i fruitori della cultura, la cui sete Palermo spesso disattende. C’è il semplice cittadino che è stufo, stufissimo di essere solo un individuo, di respirare un clima politico ammorbante, di sentirsi ridotto a contenitore inerte di tanta, troppa immondizia elettorale, di sentirsi perennemente inascoltato, spaesato, non rappresentato. E tutti insieme si intende creare un progetto di cambiamento, o quantomeno le premesse per la sua pianificazione collettiva: non sono solo parole, c’è gente che ci crede, e lo vuole dimostrare. Perché pretende che tutto questo possa continuare, che questa storia della riapertura del Teatro Garibaldi non si risolva in una meravigliosa ubriacatura d’arte e partecipazione di soli tre giorni. Perché è gente che vuole contribuire alla causa, portare polline all’alveare, ognuno a suo modo, ognuno rispetto a quello che serve.

Non sbaglia chi dice che questo posto è comunque troppo piccolo per la città, che ce ne vogliono molti altri che funzionino con la stessa logica di orizzontalità, in cui tutti hanno un ruolo ma ogni ruolo è di tutti, che funzionino così, come un alveare, come mossi da un istinto, attivi e vivi per legge di natura: come questo teatro il cui cuore ha ricominciato a battere.

Una precisazione però è da farsi, e sempre da ribadire, perché non si cada in equivoci: occupare, presidiare il Teatro Garibaldi non è l’obiettivo, bensì lo strumento che questa massa di gente vuole adoperare per raggiungerlo. E allora bisogna sempre ricordare le istanze di partenza, che rimangono quelle del Manifesto per la Cultura reso pubblico venerdì scorso: si chiede alla cittadinanza tutta e alle istituzioni della Città di formare un tavolo di confronto per la stesura di un regolamento condiviso per la gestione degli spazi e delle risorse destinati alla cultura e all’arte, ovvero di un nuovo criterio capace di restituire ossigeno a tali settori.

Non sbaglia chi spinge a riconsiderare il sistema della produzione nel campo dell’arte come esordio di una riconsiderazione generale dell’intero sistema di produzione. E non sbaglia neppure una cittadina intervenuta nel pomeriggio di ieri quando dice che la vera politica, il vero confronto, la vera agorà, la vera campagna elettorale è quella che sta avendo luogo dentro questo teatro, adesso.

È per questo motivo che in centinaia ieri notte hanno recuperato sacchi a pelo e coperte e hanno annunciato l’inizio dell’assemblea permanente. Danno la staffetta al comitato di “lavoratori della cultura” protagonista della riapertura, che si è formalmente sciolto alla mezzanotte, cioè allo scadere dei tre giorni di “permesso di occupazione” che il commissario Latella aveva rilasciato. Ma se a entrare la mattina di venerdì furono in cinquanta, ieri a trascorrere la notte e svegliarsi all’interno del Teatro erano molti, molti di più..

Sono stati, per chi si è impegnato nell’organizzazione, tre giorni di sonno poco e lavoro molto, ma è fatica che non stanca, esalta. Alla mezzanotte di ieri si è stappato lo spumante per inaugurare una pagina nuova, che si prevede ancora più ricca, forte, partecipata. Adesso viene il difficile, certo, ma intanto (almeno fino all’assemblea cittadina delle 18,30, cui siete tutti invitati) godiamoci pure il successo, e per una volta, facciamoci pure i complimenti!

Giacomo

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