Una poetica lezione di appartenenza

Oltre alle discussioni sul concetto di cultura come bene comune, oltre ai dibattiti e gli interrogativi, stanno i fatti.

Sta il fatto che sono bastati un paio di giorni. Il primo giorno piovigginava, poi è diventata un’alluvione. Sono bastati pochi giorni e migliaia di persone non solo hanno partecipato all’apertura del teatro Garibaldi, ma ne hanno preso parte attivamente.

Sta il fatto che per moltissimi il teatro è diventato casa propria. Come dovrebbe essere per tutti i beni pubblici e come non avviene mai. Perché non avviene spesso che in maniera del tutto autonoma e spontanea migliaia di persone si prendano cura di uno spazio pubblico abbellendolo e arricchendolo come fosse loro, capendo che appartiene a loro: sono spuntate sedie e poltrone, attrezzature e impianti. E il teatro è tornato a vivere.

Oltre alle discussioni sul perché il teatro non era stato ancora restituito alla città dopo anni, sul significato di tempi così lunghi, stanno i fatti.
Sta il fatto che il Garibaldi prima ancora di rivivere stava già vivendo la sua agonia. Mura annerite, parte del parquet gonfio e scardinato, il legno del palco già rovinato.

Sta il fatto che uno dei luoghi simbolo della città da terra di nessuno si è trasformato in casa di tutti, compresi i bambini del quartiere che pare lo abbiano scoperto per la prima volta: una poetica lezione di appartenenza.

Sta il fatto che un posto che non esisteva più è tornato a esistere perché finalmente in molti l’hanno guardato con occhi nuovi. Perché finalmente la gente sembra avere occhi nuovi.

Alli

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