ANGELI IN BIBLIOTECA primi studi su I QUADERNI DI MALTE LAURIDS BRIGGE di Rainer Maria Rilke – diretto da Claudio Collovà

Venerdì 4 Maggio – dalle ore 15.30 alle 18.00
Sabato 5 e Domenica 6 Maggio – dalle 14.00 alle 18.00
(selezione curricula: marcellacolaianni@libero.it)

Sono seduto e leggo un poeta. C’é molta gente nella sala ma non si fa sentire. Sono tutti nei libri. Talvolta si muovono tra i fogli come uomini che dormano e si voltino tra due sogni. Fa bene stare così, fra uomini che leggono. Perché non sono sempre così? Tu puoi avvicinarti a uno di loro e toccarlo leggermente: non ti sente. Se urti appena un vicino, alzandoti, e gli chiedi scusa, egli accenna dalla parte da cui viene la tua voce: volge il viso verso di te e non ti vede, e i suoi capelli sono come i capelli di uno che dorme. E questo fa bene. Io sono seduto e leggo un poeta. Un curioso destino. Ci sono forse trecento persone che leggono nella sala; ma é impossibile che ognuno di loro abbia un poeta. (Dio sa cosa hanno). Non ci sono trecento poeti. E vedi il destino; io, il più miserabile, forse, fra tutta questa gente, uno straniero: io ho un poeta. Sapete voi che cosa è un poeta? …Nulla? Nessun ricordo? No. Un poeta ha una casa tranquilla nei monti. Che ha il suono di una campana nell’aria limpida. Un poeta felice che racconta delle sue fanciulle che sono vissute cent’anni fa; e non fa nulla che siano morte, perché egli sa tutto di loro. E questa è la cosa importante. Questa è una sorte veramente felice: vivere nelle stanze silenziose di una casa ereditata, in mezzo a cose stabili e tranquille. E pensare che anch’io sarei diventato un poeta così se avessi potuto stare sempre seduto e leggere, noncurante. Senza preoccuparmi del domani, senza agitarmi per il successo… Ma è stato altrimenti, Dio sa perché. Mio Dio, non ho un tetto, e mi piove sugli occhi. Fa bene dire a voce alta: “Non è accaduto nulla”. Ancora una volta: “Non è accaduto nulla”.
Questa parete che io tocco è la parete a cui io penso. Non la prima parete che ho visto, ma quella che è rimasta in piedi a sorreggere la mia vita. Qui riconosco sempre tutto. Sono a casa. Sto seduto e rifletto. In principio mi era molto difficile appoggiare la testa su questa parete. Per molto tempo ho usato la precauzione di stendere un fazzoletto sotto i capelli; ma ora sono troppo stanco: trovo che va bene anche così e che il piccolo incavo è fatto proprio per la mia testa. Su misura.

E’ proprio qui che la gente viene per vivere?
Sarei piuttosto propenso a credere che, qui, si muoia.
La stanza ha cominciato a odorare male, di iodioformio, di patate fritte, di paura.
Tutte le stanze sono graveolenti, d’estate.

Ecco tutto. Pure…si vive, qui. E questo è l’essenziale.
Già. L’essenziale.

Una porta si chiude, sbattendo.
Qualcuno sale. S’avvicina, s’avvicina: incessantemente.
E’ già presso. Sosta a lungo. Passa. Il suono dei suoi passi.
Ma v’è qualcosa qui, di assai più pauroso: il silenzio.
Io imparo a vedere.

Verso l’alba, di colpo, mi addormento.

Oggi, mentre scrivevo una lettera, ho avuto improvvisa coscienza che sono qui da tre settimane soltanto.
Tre settimane, altrove possono sembrare un giorno. Qui, paiono anni.
Non voglio più scrivere ad alcuno, d’ora innanzi.
Perché dovrei confidare ad altri che mi sento mutare?
Se muto, non resto quello che ero. E se sono diverso, non ho più conoscenti.
E ad essere estranei, che mi ignorano, non è possibile che io scriva.

L’ho forse già detto? Imparo a vedere. Sì, incomincio a imparare. Imparo a fatica.

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